bontà. bruciare libri ha senso


e un giorno toccò a me
Settembre 25, 2008, 11:41 am
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Abbiamo assistito impotenti all’abbattimento della Stecca, fatta passare per un covo di spacciatori e delinquenti o, peggio, per il ritrovo bohemien di qualche sedicente artista e studente.

Abbiamo assistito al rogo di un villaggio zingaro a Opera da parte di rappresentanti politici locali, alla discriminazione feroce contro i rom. “ Qui non li vuole nessuno”, è stato detto dalla sinistra moderata. E sono stati smantellati via via tutti i campi che li ospitavano.

Abbiamo saputo di un “grosso guaio” a Chinatown, e da allora sappiamo anche che carrelli e furgoncini sono ritenuti sintomo di un’illegalità diffusa in una comunità che da cinquant’anni e forse più abita quella zona.

Abbiamo visto che i parchi a Milano li capiva solo il peruviano, quando la notizia si è diffusa è stato patriottico far capire che i parchi qui a Milano non li deve usare nessuno. E in tanti anni di amministrazione comunale da parte del centro-destra, parchi e giardini, aiuole e cortili condominiali, sono stati fatti recintare, per evitare spiacevoli sorprese e soprattutto accampamenti abusivi nei week-end.

Abbiamo letto con orrore che agenti della polizia locale si addestrano in proprio e acquistano armi per fare più male, con l’augurio del vicesindaco e della cittadinanza tutta che se ne compiace.

Ci siamo distratti con le notti bianche, le notti dei saldi, le spiagge in piazza, le feste del mobile, i quadrilateri della moda, ovunque da bere, ovunque da mangiare, a qualsiasi ora, mai sazi, con una follia che accompagna le entrate in guerra, e in guerra c’eravamo.

Subiamo tutti i giorni l’umiliazione di non aver spazi da condividere, aperti, gratuiti, paghiamo tutto, all’improvviso sono scomparse le fontanelle, le università non danno che qualche chiostro, il resto è tutto chiuso o costa.

Ovunque enormi cartelloni pubblicitari di dimensioni esagerate per venderci di tutto. Sul Duomo, lungo tutti i bastioni, sui navigli, a coprire le mura che erano degli spagnoli, le porte che erano romane, austriache, francesi, svuotano tutto, privano d’identità interi quartieri attraverso speculazioni edilizie che trasformano le vie in isole pedonali in cemento con tre alberelli della Lego. Tutti non luoghi. Brera, Garibaldi, Sempione, Ticinese, presto l’Isola, Venezia, Romana.

Con il paradigma della legalità radono al suolo, distruggono, continuano a costruire case, palazzi, parcheggi, al posto di spazi pubblici e ci fanno credere che non ci sono i soldi per le biblioteche, per gli asili, per le piscine, per potenziare i mezzi oltre la mezzanotte, per aprire centri di accoglienza, per sostenere l’immigrazione, per aiutare l’integrazione.

Ci fanno credere che la città è assediata da qualche rom e da molti cinesi, sudamericani, spacciatori senegalesi. Pretesti, creati ad hoc, situazioni lasciate degenerare per favorire repressione e pulizia, speculazioni. Fare soldi, farli in fretta.

Ma il paradigma della legalità non vale per le migliaia di persone che affittano in nero stanze con due letti per 500 euro al mese agli studenti che, o scappano in quartieri dormitorio ai margini della città, dove dopo l’una di notte è impossibile arrivare coi mezzi pubblici, o accettano il ricatto lavorando per pagarsi gli affitti, sempre in nero, in qualche locale, senza tutele, senza assicurazione sugli infortuni.

La legalità non tocca le migliaia di persone che si tengono in casa la servitù senza pagarle i contributi, senza garantirle nessun futuro previdenziale. E vivono tutti da signori. In strada sempre nuove automobili e motociclette, i ristoranti pieni, i locali, i bar affollati all’ora dell’aperitivo fino a notte. E se si fa vedere che si ha la mano dura chiudendo piazza San Lorenzo per qualche notte, poi, come genitori severi ma tuttavia aperti al dialogo, concedono di nuovo la piazza al divertimento e al consumo. In tanto la minaccia grava sulle nostre teste. E la repressione, la chiusura, il trinceramento, il coprifuoco, la polizia sono sempre lì ad avvertirci che o righiamo dritto o ci tolgono tutto.

Dovremmo stare nascosti, compiere il nostro lavoro in silenzio, accettando tutto, aumenti su aumenti, resistere almeno fino ai saldi.

Va tutto a marcire: le coscienze, le intelligenze, la politica. Nessuno partecipa più. Si assiste, alle centinaia di manifestazioni culturali, sportive, musicali, cercando di avere sempre un posto lì in mezzo per non venirne esclusi, per credere che così abitiamo la nostra città, viviamo il nostro tempo.

E c’è qualcosa che non va, lo sappiamo. Non possono essere i rom, i cinesi, i senegalesi, i sudamericani. C’è un problema profondo. Non sappiamo cosa fare. Le università a cosa servono?

E i teatri? Dov’è l’intellighenzia? Dove il partito? Dove la piazza? Tutti a commiserarsi o a compiacersi? Tutti nostalgici o paralizzati, resi impotenti e aridi? Tutti soddisfatti?

Non credo. Depotenziare, devitalizzare, delegittimare, deresponsabilizzare. Questo hanno fatto. Andate a chiedere ad un qualsiasi studente come si sente, come vive le sue giornate, andate a chiedere ad un anziano, andate a chiedere ad uno straniero, andate a chiedere a mamma e papà.

Rischiamo grosso, e in questi anni dobbiamo deciderci a cambiare prospettive, sarà il collasso altrimenti.

Non è possibile gestire la miseria, la frustrazione, la paura, lo sconforto, il terrore.

Sono giorni orrendi. Quando ce ne renderemo davvero conto sarà tardi. Saremo tutti altrove? Con i nostri figli? Torneremo migranti, in esilio oltre le Alpi, in qualche posto di confino? No.

Questa concezione dei luoghi pubblici come non luoghi o spazi da affittare ma mai da vivere, abitare. Questa prepotenza nell’umiliare, atterrire gli studenti e le loro famiglie, renderli impotenti. questo fa rabbia, fa tristezza, fa solitudine ed isolamento. Perché vedi tanta gente la sera, e sono quegli stessi studenti dell’università, affollare locali, divertirsi: non importa davvero? O facciamo finta? Fingiamo per non doverci porre il problema di cosa stiamo facendo e come ci stanno trattando, svolgiamo i nostri piani di studio, accumuliamo, ci laureiamo, festeggiamo. E poi, cosa ci resta di questa città, bar solo bar, nient’altro che bar? Perché in questa tarda modernità è tutto così sterile, i teatri così indietro, la politica così inesistente, le università sottomesse al circolo degli iscritti e degli open day. Passate in Sormani, andate in qualche biblioteca rionale in inverno, non ci si sta. E non pensate sia un problema fisico, è tutto etico. Ripeto: deresponsabilizzare, depotenziare, devitalizzare, delegittimare sono tutte le armi del consumo, che si sono radicate ormai anche in quelle istituzioni storicamente resistenti ad esso, penso alle università e ai teatri. Quindi agogniamo una nuova notte dei saldi, sfogliamo il catalogo delle rilegature per tesi, andiamo a concerti, vediamo gente, compriamo tonnellate di voli low-cost, giriamo il mondo, pensiamoci corrucciati su un libro di filosofia o bucolici al parco a leggere Pavese, quando perfino De Chirico l’hanno imprigionato, e intorno l’esercito dell’amsa e della polizia locale che pulisce.


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