bontà. bruciare libri ha senso


ad esser buoni
Giugno 4, 2008, 12:52 am
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Si pone la questione di senso. A cosa serve? Il computare, l’utile sono stati bersagli(facili) della stagione romantica italiana. Il rivolgersi al secolo sciocco una necessità eterna della letteratura. Ora rimane difficile distinguere il senso dalla sua utilità. Perché il fine conduce ad una poetica.

 

Bruciare i libri ha sempre avuto senso. Così come l’esser buoni. La bontà è connotata unicamente in senso positivo quale categoria dell’uomo onesto, corretto, cristiano.

 

Si dice di ogni buon cristiano.

 

È evidente come sia sempre un augurio più che una predisposizione interna, spirituale e innata. Senza volerla storicizzare, la categoria della bontà è una categoria arbitraria perché soggettiva. Un’approssimazione verso il senso comune, il buon senso comune, con un’indicazione di generiche qualità che entreranno nel campo semantico della bontà.

Ma in quanto nome astratto, la bontà non ha alcun senso dipendendo dall’uso. Senza voler filosofare, dall’utile. Tornando al punto.

La bontà è bruciare i libri. Bruciare è connesso all’eliminazione definitiva di un qualcosa. Il libro è connesso all’idea di Cultura. La Cultura elimina. Perché emargina. Bruciare i libri è far bruciare la Cultura, quindi il punto più alto della Cultura stessa, che non dura come monumento ma brucia come evento. Bruciare i libri è bruciare la bontà. La bontà brucia i libri. I libri buoni bruciano. In senso transitivo.


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